I Maya arrivano. O forse no. La non-cronistoria di Artematica

Posted on December 11, 2012

0



Artematica in liquidazione volontaria dal 6 settembre 2012. Sapevatelo? Beh, io si, ma vivo nella grigia pianura padana, terra d’origine della Srl compartecipata tra Brunello e Mr Stefanel, e quindi è ovvio che mi legga la Tribuna di Treviso. Appena leggo la notizia, casco dalla sedia: “Bomba, questa è una notiziona!”. Googleggio rapidamente la notizia, sicura di ritrovarla nei maggiori quotidiani e, ovviamente, nelle maggiori riviste di settore: BresciaOggi, Bsnews (si, Bsnews) dedicano più articoli alla vicenda Brunello, ed è abbastanza comprensibile, dato che il centro della querelle è proprio quella mostra dedicata ai Maya ipoteticamente prevista a Santa Giulia. Ma i cosiddetti giornali e blog di settore non nominano Brunello neanche per parlare del Montalcino, neanche per scherzare su ‘sti benedetti popoli centroamericani e sulle loro predizioni di tristezza e desolazione.Ah, giusto, Brunello non fa cultura, perché fa mostre su personaggi di cui abbiamo letto sul sussidiario; Artematica è troppo popular per far cultura. Ma si grida allo scandalo e si alzano scudi e strali se il museo dedicato alla pelle di montone di San Spiridione di Trimithonte, che raggiunge la vertiginosa cifra di 15 visitatori l’anno, rischia di chiudere. Ah, Italia, serva di dolore ostello, che  rigetta i suoi figli, che non nutre la cultura! Ah, crudele Italia, cieca e sorda ai veri bisogni del suo popolo!

Artematica come innovatrice della cultura italiana, esempio di un’imprenditoria illuminata ma mortificata dal sistema italiano? La verità sta nel mezzo, sicuramente Brunello non è santo (sicuramente, non San Spiridione), e la vicenda lo dimostra. Ma era un’occasione per discutere, partendo da un esempio vicino a noi, vicino al sistema italiano, per affrontare il rapporto impresa culturale – istituzione pubblica, per affrontare la questione del pubblico, quel terzo polo che è sempre citato in ogni progetto culturale, ma a cui nessuno sa dare un volto, un nome, un’identità, e soprattutto, un’attenzione. Era un’occasione per gli addetti ai lavori, per dimostrare che la cultura – e anche la sua assenza – non è solo una questione per gli “addetti ai lavori”. Un’occasione per parlare delle “startup culturali”, quando smettono di essere start up e smettono di avere facilitazioni fiscali e aiuti economici.  Un’occasione, per tirare fuori – aridaje – il problema connaturato al mondo della cultura italiana: si proclama come patrimonio nazionale, ma non si cura assolutamente del suo pubblico. Era un’occasione, ma è sfumata. Bisognerà aspettare la prossima profezia Maya, forse.

Advertisements