Luca Rossi, to be or not to be

Posted on November 13, 2011

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È inutile girarci attorno, non si può avere avere la pretesa (superba, ammetto) di rendicontare come stia cambiando il modo di produrre, parlare, curare e discutere sopra l’arte contemporanea e non parlare di lui. Il giustiziere nella notte (della critica). L’uomo (o donna?) dal nome generico, che puntualmente popola i commentari di Exibart, Artribune, scrive su Flash Art e altri siti che lascino spazi agli ipertesti dei lettori. Da altri definito “rompiscatole” (per essere diplomatici), perché lui c’è, puntualmente, pronto a colpire e risponde, sempre, anche ai commenti più sconnessi. Le sue definizioni di “ikea evoluta”, “nonni-genitori foundation” son entrate nel gergo dell’art-hub, che le si condivida oppure no, ma appena spuntano si sa di chi si sta parlando. Nel suo blog Whitehouse ha ospitato interviste a personaggi clou dell’arte contemporanea, quali Vettese, Cattelan, Cavallucci, Gioni, tanto per citarne qualcuno, alcuni pongono il dubbio che dietro Luca Rossi si celi proprio una di queste figure.

Recentemente ha allargato il bacino dei suoi intervistati, interpellando persone ben più comuni, come Linda Randazzo o  la sottoscritta.

Ma la sua vera forza dirompente (motivo per cui è stato accusato di essere, vedi cit. supra, un “rompiscatole”) è stata la sua presenza nei commenti. Solitamente, la chiosa virtuale si situava tra due poli:  il commento neutro, o al polo opposto, le schizofrenie di anonimi. LR, invece, si inserisce ex novo tra questi due poli: anonimato – che solitamente, nella categoria del blogger, è uno dei gradi più bassi – ma con un’argomentazione critica dirompente,  quasi sempre analitica e lucida, senza cedere alla facile lusinga che ti dà l’anonimato, vale a dire la possibilità di vomitare tutta la propria insoddisfazione senza timore per le conseguenze.
Detto ciò, non potevo certo ignorarlo: l’ho seguito (come credo molti), letto (vedi prima) a volte l’ho mandato a quel paese (come sopra), altre volte condiviso, finché una sera – ringraziamo Zuckermann – LR mi ha avvicinato; e fra una chiacchera seria e faceta, è avvenuto un primo confronto. E pure un invito, un po’ insolito: partecipare ad una lezione di corsopratico, iniziativa congiunta di LR ed Enrico Morsiani  creata per avvicinare l’arte contemporanea al di fuori dei luoghi comuni e comunemente  deputati. Un’esperienza difficilmente definibile, se non la si sperimenta; 10-12 studenti, di età e provenienza diversa, chi fa l’impiegato, chi il dottore. Le motivazioni? Tutte diverse: chi per  dare seguito a un interesse già presente ma mai davvero curato con costanza, chi per curiosità, chi per semplice evasione, chi con la speranza di capirci qualcosa. Ed è interessante notare che di arte contemporanea (intendo titoli, autori, istituzioni) si parli davvero poco, se non nulla: nelle due ore che passo con loro, mi accorgo che si discute, più che stare ad ascoltare, e le tematiche che emergono sono tangenti all’arte contemporanea, ma non solo: si parla di visione, opinione, si cerca di mettere in moto uno spirito critico, più che di soddisfare una conoscenza, si compiono azioni pratiche, più che stare sui banchi.

Non sapevo cosa aspettarmi, e neppure ora so dove potrà portare tutto questo, dove vuole arrivare Luca Rossi, a cosa tende questa iniziativa; non mi interessa sapere se Luca Rossi sia Morsiani, Gioni, Cattelan o chi altro, ma scopro che una cosa, non so se su LR o su di me: continuare a tener vivo quel dubbio, quell’insicurezza – chi è Luca Rossi? ma anche, “che significa questo?” è la chiave per un rapporto con l’arte contemporanea che sia continuo e fruttuoso. Cramerotti, in un articolo di qualche mese fa, a proposito del fenomeno Luca Rossi diceva questo “non mi interessa Luca Rossi in sè, ma Luca Rossi in me”; e credo abbia proprio ragione. Coltiviamo il Luca Rossi che c’è noi, lo spirito e l’esercizio critico finalizzato a qualcosa di reale. E teniamo vivo il dubbio.

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