Curatore e storico, separati in casa

Posted on October 31, 2011

0



“Signorina De Monte, se lui vuole fare il dottorato si deve scordare il mestiere del curatore. Totalmente. Ricerca storico-artistica e lavoro curatoriale non possono andare d’accordo”. Sbam, o meglio “splash”, una bella secchiata d’acqua gelata in faccia: più o meno questa è stata la mia reazione quando mi son sentita rispondere così dal docente di riferimento a cui avevo fatto una proposta di dottorato che cercava di unire due strade per me in relazione stretta e necessaria,vale a dire la  ricerca storico-artistica e la prassi curatoriale.  L’opposizione/incontro tra questi due poli è qualcosa di non nuovo, per carità, se ne discute da un decennio, con discussioni che molto spesso scivolano nel sofismo.

Corsi, workshop si son moltiplicati, anche in Italia; tanto per citare un esempio, si può parlare di Vessel e del breve ma intenso workshop che ha promosso a maggio; oppure, si può ricordare un’esperienza già sedimentata, quale la Fondazione Ratti. Son fioriti anche una serie di corsi di laurea, master, corsi di specializzazione . Peccato che la maggior parte di queste proposte siano l’una disconnessa all’altra, ma soprattutto o troppo brevi per essere realmente occasioni formative o mancanti di un legame con la vera pratica curatoriale. Andrea Lissoni, in un’intervista* di qualche anno fa  a proposito dello status quo delle scuole curatoriali nel mondo e in Europa, sottolineava giustamente come “la pratica curatoriale è certamente, come il sistema, una pratica di networking informale”, sottolineando l’importanza del dato relazionale intrinseca al fare curatoriale; il curatore o aspirante tale – diciamocelo in soldoni, per lavorare – deve conoscere, farsi conoscere, uscire dalla condizione del topo di biblioteca che invece sembra essere il ritratto classico dello storico dell’arte; il limite tra network e raccomandazione non è tanto sottile. E in effetti, la maggior parte  di questo workshop, più che fornire una metodologia, o un’infarinatura di questa, si presentano più che altro come una serie di occasioni dove sviluppare network, fare conoscenze, sicuramente necessarie, ma che esaurisce solo una componente della prassi curatoriale. Il meccanismo della residenza sottolinea e carica l’importanza del dato relazionale, ma al tempo stesso denuncia una grossa aporia. Questa irrinunciabile dimensione relazionale apparentemente, piace poco agli accademici – o forse, a quelli che ho conosciuto io, me tapina -, ma pone il dito su un dato di fatto: il crescente interesse nei confronti della figura del curatore e al tempo stesso, la mancanza di un percorso codificato per una professionalità che per sua definizione è liminale e multidisciplinare, porta alla proliferazione di  queste cosidette residenze, che insistono sullo spazio, il più delle volte bellissimo o difficilissimo, ma invece non danno nessuno vero strumento di formazione. Risultato? Nasce e si sviluppa una pratica curatoriale fortemente personale e soggettiva (quello che Luca Rossi ben sintetizza come “mi piace vs non mi piace”), che insiste tanto su quel dato relazionale a cui accennavamo, ma  manca di analisi e sintesi….e con un curatore che non sa fare una scheda di catalogo.  Il dato relazionale è irrinunciabile, ma questa concezione curatoriale così concentrata sul soggetto svela una profonda fragilità; il momento espositivo (e anche la processualità che cela) si connota sempre più non solo come un contesto di esibizione, ma anche di produzione e lettura dell’opera nel contemporaneo**. Ciò ha portato a sviluppare  l’idea  di impiegare la mostra come discrimen per riscrivere la storia dell’arte, non solo recente ma soprattutto, futura, proprio in funzione della crescente importanza che il momento espositivo ricopre nel contemporaneo.  Bell’affare: un sacco di mostre talmente soggettive da diventare storie personali. Che si fa?

* Maria Garzia / Frida Carazzato, La formation aux pratiques curatoriales en Italie, une histoire recente, in “The Instant Archive. Un project curatorial de la Session 17, Ecole du Magasin”, 10 gennaio 2008

** Si veda, a puro titolo esemplificativo, Paola Nicolin, Qui Mostra a voi Spazio. L’impatto delle esposizioni nella definizione dell’idea di ambiente nell’arte italiana degli anni Sessanta in “Arte-mondo. Storia dell’arte, storie dell’arte”, Postmedia Books, 2011

Advertisements
Tagged: