L’arte dell’impegno, anni Dieci. Dialogo con Cesare Pietroiusti

Posted on October 20, 2011

0



Nostalgici sessantottini? No, ma il risveglio della madeleine proustiana è dietro l’angolo : basti pensare alla vicenda del Teatro Valle occupato, o all’esperienza dei veneziani Magazzini del Sale (S.A.L.E. Docks) che sin dal 2007 propongono un atteggiamento di inchiesta nei confronti dell’arte contemporanea. La militanza – intesa come volontà di intervento pragmatico – nell’arte si fa sempre più sentire;  cresce l’attenzione etica nei confronti non solo dell’educazione ma anche della pratica artistica, cercando di dare nuova attenzione a parole come partecipazione, coinvolgimento, educazione. Causa o conseguenza di una lento e graduale disfacimento delle sicurezze democratiche? Tastiamo il polso a questa nuova stagione dell’impegno, con un dialogo con Cesare Pietroiusti, impegnato nel workshop “Scuola Quadri” presso la Strozzina di Firenze, che affianca una mostra come “Declining democracy”, tesa a indagare contemporaneamente come la sicurezza democratica sia in realtà relativa e al tempo stesso, quali panorami si possono aprire.

In questi giorni ti avvii ad inaugurare il workshop “Scuola Quadri” presso la Strozzina, a latere della mostra “Declining democracy”, tutto improntato su un approccio transdiciplinare per l’educazione politica. Ci racconti un po’ come è nato questo progetto?

L’idea è nata da una proposta della curatrice e direttore della Strozzina, Franziska Nori,  di partecipare a questa mostra “Declining Democracy”, con un progetto nuovo, e io le ho raccontato questa idea di provare a creare una situazione nella quale è l’artista che forma uomini e donne la cui professione è quella del politico. A lei quest’idea è piaciuta molto, mi ha da subito incoraggiato e anche se era nata un po’ come un paradosso, una provocazione, alla fine questo incoraggiamento mi ha fatto partire. L’idea in realtà ce l’avevo da parecchio tempo, “in the back of my mind”, perché ho l’impressione che agli artisti venga sempre più richiesto di intervenire nella formazione o in aspetti della formazione professionale di categorie delle più varie:  a me è capitato di fare workshop con bancari, dirigenti d’azienda, operai, impiegati, amministratori pubblici, oltre che ovviamente con studenti. Inoltre, ho l’impressione che siano molto cambiate le regole del gioco politico e del rapporto  fra la politica e la cultura, e non è così  assurdo pensare che non è più solo una provocazione il pensiero che un artista si possa occupare della formazione di persone che vogliono fare politica. Perché questo? Da una parte la politica sta andando sempre di più (sta entrando? o sta cadendo?) nella dimensione spettacolare, televisiva e competitiva  e quindi si sta orientando moltissimo nella sviluppo delle strategie di comunicazione. Gli artisti lavorano con la comunicazione  e nel migliore dei casi, inseriscono un’osservazione critica dei meccanismi della comunicazione stessa che usano. La consapevolezza dei linguaggi, dei medium usati e far diventare questa consapevolezza critica un elemento del proprio lavoro è una cosa che pertiene fondamentalmente al fare artistico, più dei semiologi, degli etnologi o dei psicologi: l’osservazione di un linguista è neutrale, distaccata rispetto ai meccanismi della lingua, mentre quella dell’artista è volutamente interna ed esterna allo stesso tempo. Questa consapevolezza critica può dare degli spunti interessanti a chi lavora in ambito politico, proprio perché la politica sta diventando sempre più un esercizio di comunicazione, sia in senso deteriore però può essere risollevata dal punto di vista critico tramite un’indagine critica dei meccanismi della comunicazione senza il rifiuto di essi, facendoli diventare parte del proprio lavoro.  Altra cosa che registro, è lo slittamento di una certa pratica artistica che va sempre più verso uno svanire delle specificità disciplinari, vale a dire di come la pratica artistica diventi totalmente transdisciplinare, per cui i progetti artistici possono avere a che fare con la pittura tanto quanto con la biologia, con il video tanto quanto con l’ingegneria.

Sentendoti parlare, e avendo presente il contesto in cui tu stesso ti sei formato, il confronto – con le dovute precauzione storico-filologiche- con gli anni Settanta è abbastanza naturale. L’era dell’impegno è stata seguita da una grossissima ondata di disillusione e mancata realizzazione delle promesse del decennio precedente. Questa volta cosa ci deve essere/ci può essere di diverso?

Che ci sia una contiguità con gli anni Settanta non ne sono solo consapevole, ma anche in un certo senso fautore. Nel mio piccolo, mi ritengo una di quelle persone che ha il destino, se così si può dire, di riannodare i fili delle ricerche degli anni Sessanta e Settanta,  che sono stati spezzati con l’avvento degli anni Ottanta. Mi ritengo “destinato” a far questo perché la mia formazione di artista si situa proprio in quegli anni, grazie anche ad una figura come Sergio Lombardo che aveva una ventina d’anni più di me; quindi ho dentro di me questa formazione, queste speranze e anche queste disillusioni. Però il punto è che la speranza della ricerca artistica per me – grazie anche alla lezione di Lombardo – non è mai stata identificata con la speranza di un cambiamento sociale diretto, direttamente efficace nella dimensione sociale, storica e politica, quanto in un intervento molto lento, se vuoi persona per persona, partendo in primis da me stesso come soggetto artista, vale a dire un cambiamento delle coscienze in senso critico, quella capacità di osservazione critica a cui facevo riferimento prima, e su questo non ho assolutamente perso le speranze.

Fra l’altro, bisogna liberarsi da alcuni pregiudizi negativi per forza,: ad esempio mi viene in mente il libro di Paolo Virno, “La grammatica della moltitudine”, in cui lui dice che la maggior parte delle utopie che erano dietro le utopie degli anni Settanta in realtà sono state portate a realizzazione dal post-fordismo e dal capitalismo cognitivo; lui dice “il postfordismo è il comunismo del capitale”. Ad esempio, un certo rifiuto del lavoro, una certa idea di precarietà, che ora viene stigmatizzata, allora era una speranza. Porsi degli obiettivi di efficacia immediata, molto spesso è ciò che provoca la disillusione, perché magari ottiene dei risultati, ma sono ben diversi dall’aspettativa.

Penso che in quello che la Strozzina ha proposto ci sia un segnale: un modo di vedere la professione politica in un modo più libero, senza privarsi dei legami sicuramente necessari con le regole della comunicazione, ma vedendola in un modo più libero, più inventivo, e la politica ha urgente bisogno di questo. All’epoca di Platone questo elemento veniva fornito dai filosofi, adesso chi gliela può dare? Forse proprio gli artisti.

Parli molto di liminalità, e anche nelle tue ricerche precedenti hai affrontato molto spesso le categorie liminali, sia in opposizione al main streaming che come scelta decentrata.

Il margine è il luogo dello scambio; nel linguaggio corrente, qualcuno//qualcosa è marginale quando è fuori da certe regole, da certi giochi e quindi dall’accesso a certe opportunità e da certi diritti; marginale è l’alcolizzato, il senzatetto, l’extracomunitario senza permesso di soggiorno. Ma in realtà “marginale” è colui che sta su un bordo, su un confine; è sicuramente una posizione difficile, ma anche di grande privilegio; chi sta sul bordo ha possibilità di sperimentare elementi del dentro ed elementi del fuori. In realtà, il marginale è colui che è più vicino alla dinamica del confronto e del conflitto, e l’artista è colui che è più vicino a questa posizione, per una serie di motivi. L’artista di oggi ha smontato il legame con la disciplina, non appartiene a nessun campo disciplinare, ma al tempo stesso è marginale a tutti i campi disciplinari. Egli ha questa splendida ed enorme possibilità, vale a dire di attraversare e di mettere in relazione qualsiasi campo disciplinare.

A mio parere, lo scoglio più grande è proprio questo: avvicinare le persone alla marginalità, nel suo senso più lato.

Esatto, la questione è proprio questa; in un progetto artistico, far lavorare le persone al margine del proprio lavoro, ad esempio fai fare ad un falegname o ad un avvocato cose che lui non avrebbe mai fatto, con un senso psicologico, economico o addirittura morale che lui non conosceva.

Advertisements