Fatti non foste per portar cataloghi

Posted on October 9, 2011

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32 cm di lunghezza, 20 cm di larghezza, 5 cm di profondità. 2 kg di peso. No, non pensate male: sono le dimensioni del catalogo dell’ultima biennale lagunare, che ben rappresenta uno statement anche troppo abusato, vale a dire “la cultura ha un peso”.

Senza cadere nelle facili metafore, la forma per lungo tempo indiscussa del catalogo è stata proprio questa: compendi critici significativi, ampio ed esaustivo apparato iconografico, bibliografia finale a coronamento di un prodotto editoriale che prima di tutto era documentativo/storico-critico, prima che comunicativo. Con inevitabili conseguenze dal punto della vista della massa: critica, ma anche fisica. Negli ultimi anni, accanto a questa identità classica, si è accostata un’altra prodotto editoriale, che definire catalogo è difficile, ma il cui raffronto ci serve per rilevare le differenze: forme più smilze, testo critico molto spesso ridotto ad un contributo, scelta delle immagini più oculata, con un occhio di riguardo per il dialogo testo – comunicazione visuale. I nomi cambiano a seconda dei casi – anche in modo piuttosto aleatorio: fanzine, folder, per sconfinare in prodotti che del catalogo hanno ben poco, ribaltando quella che è la “forma riconoscibile” , nel senso fisico ma anche simbolico, perdendo quella rigidità che lo caratterizzava per diventare qualcos’altro, che a volte sconfina anche nel prodotto artistico o a serie limitata, la cui logica è totalmente diversa da quella tradizionale del catalogo. Sempre più smilzi, sempre più volatili: presi al volo, anche grazie ad una grafica accattivante, molto spesso fanno la fine che non dovrebbero fare, vale a dire spiegazzati sul fondo della borsa, se non peggio. Viene bypassata tutta una ritualità – si si, scomodiamo pure l’antropologia – legata al catalogo inteso nella forma tradizionale: trascinamento del pesante tomo in giro per la fiera/vernice, conseguente distruzione delle spalle, arrivo a casa e deposito – con sospiro di sollievo – in libreria, tra il senso di liberazione e il rispetto reverenziale.

Già all’inaugurazione della biennale veneziana, Artribune aveva dedicato un articolo sui cataloghi disseminati tra i padiglioni, che aveva dato avvio ad una discussione assai accesa: lo scopo primo di questa prodotto editoriale era, per l’appunto documentativo, vale a dire la consegna ai posteri di una traccia, un riscontro storico-critico. Traccia tangibile che questi nuovi prodotti editoriali non possono e non vogliono dare, proprio per il loro essere volutamente qualcosa da consumare immediatamente. Resta un’osservazione da fare: il contesto esposiitivo sempre più si assesta come il maggior veicolo per la produzione, veicolazione e distribuzione della conoscenza dell’arte contemporanea, e di conseguenza, ciò ha una ricaduta sulla metodologia storico-artistica, che individua il suo discrimen non più nell’opera o nell’autore, ma proprio nel momento espositivo. Questi nuovi prodotti editoriali, dalla loro, documentano per la maggior parte il progetto, o il contesto, ma con un’ottica simultanea, che molto spesso si capisce proprio perché si è dentro a questo. Domandone finale: tra 10, 15, 20 anni, cosa sarà rimasto di questo contesto?

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Posted in: Art Public