Don’t feed the curator

Posted on September 18, 2011

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Un altro articolo sul rapporto curatore-artista? Diciamo la verità, ha un po’ rotto, soprattutto perché si scivola sempre nella pura astrazione.  Resta un fatto, che va rilevato: la figura del curatore, relativamente nuova – fino a 10-15 anni fa, quasi non esisteva -, ma è già passata attraverso un numero infinito di evoluzioni e ricontrattazioni: una delle ultime, è l’aver oltrepassato la regola non scritta, il primo comandamento, quello che individua nell’artista e nel curatore due figure diverse, conviventi e complementari, ma opposte. Si moltiplicano i progetti che vedono artisti nei panni di una regia curatoriale –per citare qualche esempio: Progetto Superfluo, che abbiamo ospitato, oppure  Ettore Favini e il CRAC di Modena,  senza parlare degli interventi di Luca Rossi o dei sempre più numerosi artist run space, che meriterebbero una riflessione a parte- . Perchè? Senza gingillarsi troppo, i motivi sono due: volontà di autopromozione (come artisti o come curatori?) e di sperimentare una modalità che non si accontenta più del “faccio-l’opera-e-te-la-piazzo-in-mostra”, ma tenta invece una  prassi ibrida, dove (forse) il curatore poco c’azzecca, se non addirittura è inutile.

Per ricondurci alla prassi, siamo andati al MoTA museum, piattaforma nata nel 2008 che riunisce diverse realtà dell’est europeo, come ad esempio il CIANT di Praga, Kitchen di Budapest.., che hanno assunto l’idea di transitory art come baluardo comune. L’aver assunto come caposaldo il carattere fluido proprio della contemporaneità porta il MoTA a essere una realtà che si interroga su tutto, e sulla stessa esistenza del Museo Contemporaneo. Tanto per confonderci le idee, abbiamo chiesto a Martin Bricelj Baraga, direttore del MoTA che significa essere contemporaneamente curatore e artista. Con qualche amara riflessione.

Curatore e artista; fino a pochi anni fa, senza l’uno non poteva esistere l’altro. Pensi che siano due categorie che conservino ancora un barlume di senso?

Certamente. A conti fatti, bisogna dire che è un’esperienza “intensa”, usiamo questo termine: anche io lavoro contemporaneamente come artista e come curatore, e non sono certo uno dei rari esempi. Ciò che è difficile è sostenere, qualititavamente parlando, entrambi i ruoli: a volte il ruolo curatoriale ti prende molto di più, e altre volte invece è necessario allontanarsi, per focalizzarsi maggiormente sul proprio lavoro. Negli ultimi tre anni, non ho prodotto nulla, e mi rendo conto che la mia produzione artistica è sospesa. Faccio anche un’altra riflessione: dal punto di vista storico-artistico, mi rendo conto che il progetto che concepisco è molto personale, più “artistico” che “storico”. Può sembrare strano, ma a mio parere ha dei risvolti positivi: nel trans mediale, nel  transitorio, c’è anche questo, vale a dire il poter passare dall’una all’altra figura. Non dico che il curatore debba sparire, perché in alcuni contesti – soprattutto nell’ambito galleristico – la sua regia è necessaria, ma nello sviluppo della transitory art si impone un’elasticità continua.

Parzialmente hai già risposto a questa domanda: pensi ci sia una qualche relazione tra l’idea di “transitory art” e i nuovi modelli curatoriali/fruitivi?

Assolutamente si. L’intera idea di transitorio si basa su questo, vale a dire la messa in discussione della terminologia e della geografia fisica dell’arte contemporanea: non a caso, abbiamo scelto di non avere una posto fisso.

Inoltre, se ci pensi, il lavoro dell’artista consiste in un continuo sabotaggio di quelli che sono i diktat curatoriali; mi riferisco  anche alle preoccupazioni, più pragmatiche del curatore, ma non solo. Lavorando nello spazio pubblico – Sonica Festival, Dark Moon – ogni singolo progetto necessiterebbe sia di una regia curatoriale interna,  ma anche di un controllo esterno, e questa è la sfida continua che si impone ai ruoli di curatore e artista.

Nel 2007 Sophie Call, con un’operazione al limite tra provocazione, performance e abile uso dei media pubblicava sui quotidiani un annuncio “AAA cercasi curatore”, in vista della partecipazione alla Biennale di Venezia del 2007, facendo ricadere la sua scelta su Daniel Buren. I tempi son cambiati….curatore, razza in estinzione?

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Posted in: Art Public, Curating